Max Pezzali: “Il paese deve rimboccarsi le maniche. Sogno Jovanotti alla Cultura”

Ha compiuto 20 anni di carriera solista. Li festeggia con un tour, un cd (“Max 20”) e un’autobiografia. “Il guaio peggiore della nostra epoca è il tentativo di omologarci tutti. La mia ricetta? Non mollare mai, come i cowboy”

“PAPÀ, quanto è grande l’hotel?”. “Molto, dopo ti dico esattamente quanto”. Comincia così l’intervista a Max Pezzali, interrogato dal figlio di 5 anni Hilo, che abbiamo intercettato durante il tour che lo sta portando, da novembre, nei palazzetti italiani. Pezzali è un caso più unico che raro: è una delle pochissime star del pop, insieme a Jovanotti, ad aver subito un radicale processo di rivalutazione: è passato dagli esordi più frivoli, quelli con gli 883 fondati insieme al compagno di classe Mauro Repetto, gli anni di Claudio Cecchetto e di album come “Hanno ucciso l’uomo ragno” e “Nord Sud Ovest Est”, agli anni della “maturità”, della carriera solista, del ripescaggio postumo anche da parte del temibile mondo della musica “indie”, l’intellighenzia italiana dell’underground. Ed è da qui, e dal disco “Max 20”, un best of uscito a giugno in cui la scena pop – da Eros Ramazzotti a Elio (delle Storie Tese) – ha ricantato i suoi pezzi più famosi in duetto, che Pezzali ha pensato fosse venuto il momento di raccontarsi. Non più in musica, ma a parole.

Anno 2014: c’è una tournée da tutto esaurito, un disco celebrativo e anche un’autobiografia, “Max 20”. La musica non bastava più a raccontare chi sei?
“L’idea è venuta alla casa editrice ISBN: hanno pensato che i tempi fossero maturi per un libro. Per me il taglio non doveva essere autocelebrativo, della serie ‘ah, che fighi siamo!’; volevo raccontare la straordinarietà nell’ordinarietà delle cose. In un’epoca in cui sembra si debba essere dei fenomeni in tutto, in un periodo in cui la musica sembra diventata un concorso continuo, un ‘chi canta meglio’, ‘chi appare meglio’, una storia anomala come la nostra, una storia ‘normale’ e ‘banale’, rappresenta l’eccezione. Siamo persone ordinarie che hanno fatto cose straordinarie perché in quel momento pensavano di avere delle cose da raccontare, anche se gli altri non la pensavano così”.

Sei un lettore di autobiografie?
“Lo spunto per ‘Max 20’ mi è venuta leggendo ‘Unknown Pleasures’, la storia dei Joy Division raccontata da Peter Hook. Da fan pensavo che i Joy Division fossero qualcosa di consapevolmente distaccato dalla realtà: loro erano onirici, lontani dal punk politicizzato dell’epoca, ma nel libro Hook li ha raccontati come una band di cazzoni a cui piaceva bere e ridere con gli amici. Una prospettiva completamente diversa. Come quella degli 883”.

In tour travolgi tutti con la tua positività, i palazzetti si trasformano in giganteschi karaoke collettivi. È difficile trovare una foto in cui non sorridi. Cosa significa cantare davanti a un pubblico che probabilmente sta vivendo un forte periodo di crisi e di disillusione?
“Proprio in questo periodo – e forse è anche questa la chiave di successo della tournée – c’è bisogno di intrattenersi e di farlo collettivamente. Viviamo in un’epoca in cui si è andati verso un’eccessiva virtualizzazione dei contatti. Dal vivo, invece, c’è una vera condivisione. L’altro aspetto è quello del rivivere la propria giovinezza, almeno per chi era ragazzo ai tempi degli 883. Il compito dell’entertainer, in tempi difficili, è anche quello di portare un po’ di positività tra le persone. Le difficoltà ci sono sempre state, anche peggiori di queste, ma oggi manca la prospettiva: non si intravede la luce fuori dal tunnel. Non abbiamo la più pallida idea di come affrontare la situazione e la cosa terribile è che anche chi ci governa sembra non saperlo. Serve un ritorno alla visione ‘terra terra’ dei cowboy, come canto, la sfida di quest’epoca è ritrovare la voglia di alzarsi la mattina, di rimboccarsi le maniche e cercare di migliorare il proprio destino. Perché a quanto sembra nessuno ci aiuterà a farlo”.

Da sempre le tue canzoni celebrano il legame umano più forte insieme all’amore: l’amicizia. Oggi è diventato difficile anche coltivare l’amicizia come si faceva un tempo?

“Lo chiamo ‘l’effetto spogliatoio’: l’amicizia è fondamentale in tutti passaggi, da età a età, quando si condividono i problemi. Riesce, in ogni epoca, a essere attuale sempre. Oggi però è più complicato: una informatizzazione eccessiva ci ha fatti chiudere in noi stessi. Se non avessimo avuto uno strettissimo legame di amicizia, gli 883 non sarebbero esistiti”.

Il tuo motto potrebbe quindi essere assimilabile a quello dei Beastie Boys, “(You Gotta) Fight for Your Right (to Party)”, ovvero “Devi combattere per il tuo diritto a far festa”?
“Assolutamente. Soprattutto, direi ‘Devi combattere per il tuo diritto a essere te stesso indipendentemente da quello che i valori maggioritari del momento pretendono’. Una delle più grosse tragedie del nostro tempo è il tentativo di omologazione: il fatto che il sistema ci vuole tutti uguali. È terribile. Bisogna lottare per essere ‘individuale’, per non essere inquadrati in un gruppo demografico di riferimento. Bisogna riprendersi il diritto a scegliere ciò che si vuole essere”.

“Max 20” segna il ritorno in studio del tuo ex compagno di gruppo negli 883, Mauro Repetto. Che emozione hai provato?
“In questo caso abbiamo lavorato a distanza: lui ora abita a Parigi, io a Roma. La cosa bella con lui è che ci sentiamo ogni settimana e ogni volta che ci vediamo di persona è sempre come se ci fossimo parlati due minuti prima. Ogni volta che ha un’idea la condivide subito con me, come se fossimo ancora un gruppo di lavoro affiatato e, a modo nostro, lo siamo ancora”.

Leggenda vuole che lasciò gli 883 a Pasqua.
“Era il 1994. ‘Ci vediamo martedì, mercoledì al massimo’, mi disse. Ci siamo visti due anni dopo. Mauro non trovava più un ruolo sul palco: funzionavamo bene quando eravamo un piccolo ‘serbatoio di pensiero’ da scantinato. Quando è arrivato il successo, si è improvvisato ballerino; prendeva lezioni di chitarra ma non era quello che gli interessava”.

Non hai tentato in tutti i modi di tenerlo con te?
“Era molto determinato a cambiare strada. Credo che in futuro qualcosa insieme lo faremo di nuovo, magari un fumetto, qualcosa di molto diverso dalla musica. Se risalissimo sul palco adesso, faremmo una figura patetica, cercheremmo invano di riproporre qualcosa che è ormai nel passato. Preferisco mantenere il ricordo di ciò che di bello c’è stato piuttosto che rovinare tutto”.

Lo sai che il mondo dell’indie rock italiano vorrebbe vedervi di nuovo insieme?
“Perché accada dovrebbe succedere qualcosa di epico: non si può escludere nulla. Attendiamo un’idea grandiosa”.

Due persone alle quali devi moltissimo sono Jovanotti e Fiorello. Che ricordi hai del vostro primo incontro?
“Quando incontrai Lorenzo a fine anni 80, già allora possedeva un’assoluta tendenza all’innovazione. Ha una curiosità verso il nuovo incredibile. Non si è mai posto il problema dei rischi che l’affrontare qualcosa di nuovo comportasse. In Italia tutto questo manca, specialmente nella musica. Ognuno considera le proprie conoscenze acquisite come intoccabili. Per Lorenzo, tutto si può fare”.

“La prima impressione di Fiorello, che porto ancora con me, è l’inarrestabilità. Lui è la persona più vicina a uno tsunami che io conosca. Riesce a trasformare qualsiasi piccolo spunto in una gag. Basta essere a pranzo con lui e dopo 30 secondi ha già trovato un tormentone”.

Il testo del singolo “I cowboy non mollano” contiene una citazione politicamente piuttosto forte: “In questi tempi difficili il mondo sembra un gigantesco Far West, senza certezze né punti di riferimento: ciarlatani, imbonitori e balordi di ogni genere imperversano nelle sconfinate praterie del terzo millennio. Per fortuna esiste ancora una maggioranza silenziosa di persone che badano ai fatti, alla concretezza e al duro lavoro, alzandosi ogni mattina senza darsi mai per vinti. Perché i cowboy non mollano”. Alla fine vince sempre la positività: c’è stato mai un momento in cui ti sei sentito sconfitto, con la voglia di fuggire altrove?
“Ogni tanto capita anche a me. A volte penso che questo Paese sia spacciato, per colpa delle persone che lo hanno deturpato per troppo tempo, e non mi aiuta nemmeno pensare ‘e va be’, anche io faccio parte di questo Paese, anche se non ho fatto niente di grave sono nel sistema, un po’ è anche colpa mia’. Credo di possedere una forma di ottimismo incosciente che mi fa andare avanti. Ho la fortuna di non essere circondato sempre dalle stesse persone: incontro musicisti diversi, persone comuni, parlo con loro quando le incontro nei palazzetti dove suono, negli autogrill; questo mi fa fare i conti con la realtà vera, quella raccontata nella canzone, fatta di quelle persone decenti che sono poi l’assoluta maggioranza. Un po’ come quelli che si ostinano a voler puntare sempre sullo stesso numero alla roulette, convinti che prima o poi vinceranno, io sono fondamentalmente e irrazionalmente convinto che un giorno ci sarà un colpo di scena e ci sarà una presa di coscienza: allora le enormi potenzialità della maggioranza silenziosa faranno la differenza”.

Tu rimani comunque fedele alle tue origini “umili”. Sei sempre uno che si sente un “ragazzo inadeguato”, come dici in una canzone. Anche lì appaiono, però, le parole “recessione” e austerità”. Un tema che a quanto pare ti ha colpito molto.
“È l’habitat in cui dobbiamo purtroppo vivere. Ci pare lentamente di scivolare all’indietro. Solo una persona completamente fuori dalla realtà non se ne rende conto. Specialmente chi vive in provincia, lo sente: in provincia il palcoscenico è più piccolo e quello che non funziona è immediatamente visibile. In città puoi far finta di niente, c’è la possibilità di farsi abbagliare dal glamour di certe cose. In provincia vedi solo i negozi che chiudono e le persone che da un giorno all’altro si trovano a casa improvvisamente”.

Hai lasciato la provincia, Pavia, per una grande città, Roma. Come mai?

“Mi sono trasferito a Roma perché mia moglie è romana e mio figlio è nato lì. Ma ho sempre mantenuto un legame strettissimo con la provincia perché è l’unico luogo dove riesco a confrontarmi con le cose circostanti, ad avere a che fare con i suoi interpreti. A Roma tutto questo è difficilissimo, specialmente per me”.

Con la crisi di governo arriverà, probabilmente, anche un nuovo ministro della Cultura. Chi sceglieresti?

“Io non solo lo proporrei come ministro della Cultura ma lo proporrei addirittura come presidente del consiglio: Lorenzo Jovanotti. Voterei lui fino alla morte”.

Non sarebbe improvvisato?
“In effetti il problema dei nostri tempi è questo. Siamo usciti da un’epoca in cui c’era una classe politica obsoleta e impresentabile, che tra le altre cose è ancora lì, e siamo entrati in una fase in cui ci sono persone che vorrebbero scardinare tutto ma hanno un grosso problema: la complessità dei problemi non permette di avere persone che si improvvisano nelle ‘stanze dei bottoni’. Siamo arrivati a un punto in cui abbiamo capito che i vecchi piloti che stavano guidando l’aereo ci stavano portando per i cavoli loro, facendoci spendere un’enormità in carburante con un biglietto dal costo astronomico. Non è più sufficiente trovare persone oneste, abbiamo bisogno di piloti veri”.

Il Festival di Sanremo è cominciato: per chi tifi?
“Per tifo calcistico puro tengo per Francesco Sàrcina. È un grande cantante e un ragazzo straordinario. E poi per Frankie Hi-Nrg perché è una persona di enorme talento. L’amicizia per me conta più di ogni cosa: Sanremo ha delle regole ferree che valgono solo lì. Dura pochi giorni, poi c’è la vita vera. Io preferisco pensare agli amici che hanno dimostrato di essere forti nella vita vera”.

I fumetti dei supereroi Marvel continuano a farla da padrone sul tuo comodino?

“Sono una vittima dei miei tempi. Sono nella fase tragica in cui sul comodino tengo solo l’iPad. Leggo libri e riviste digitali. E poi esiste una meravigliosa app della Marvel. Di cartaceo tengo sempre i volumi che raccontano le origini di Spiderman. Li uso come libri delle favole per mio figlio”.

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