Pezzali: «La rivoluzione fallita degli anni Novanta»

Era il tempo di un Sanremo che lanciava le sue ultime stelle: Pausini, Bocelli, Nek, Masini, Giorgia, Grignani. Ma era anche il tempo di Minghi, Ron, Carboni e Concato in vetta alle classifiche: con Alanis Morissette, Whitney Houston, REM, Oasis, Blur. E però era pure il tempo di faccende fragili, Ricky Martin e Spice Girls, Take That e Backstreet Boys. Non è facile oggi capire cos’abbia lasciato davvero alla musica il decennio dei ’90. Forse lo sa Max Pezzali, che nel ’91 debuttava e nel 2013 è ancora in vetta alle hit: con un disco da 60mila copie vendute (allora sarebbe stato poco, oggi è tantissimo) e un clip da sette milioni di visualizzazioni, unità di misura del gradimento nella nostra epoca di musica liquida.

Pezzali, come definirebbe gli anni Novanta?
Anni di cambiamenti: trovavi in classifica i Nirvana e la dance. Si usciva da fenomeni planetari come la New Wave, dall’ansia di ribaltare la riduzione a pop di tutto quanto, e si mischiarono le carte: il rap cambiò i linguaggi, anche i suoni più sofferti del rock indipendente trovarono spazio nelle hit.

Pure in Italia c’erano grandi cambiamenti?
Direi di sì. In fondo solo Vasco, nel periodo precedente, era riuscito a parlare della realtà. Altri, troppi erano legati ai manierismi della canzone d’amore: e gente come Jovanotti scardinò tutto, con un rap evoluto che entrava nel pop e nelle classifiche.

Gli 883 ebbero un ruolo in quel cambiamento? Venivate dalla stessa scuderia di Lorenzo, quella di Cecchetto…
Eravamo più ingenui. Però con suoni dance e parlando della provincia ci provavamo. Oltre i tormentoni.

Oggi lei è considerato un grande autore, vince premi alla carriera… Fu sottovalutato allora, quando gli 883 erano visti come puro fenomeno generazionale, oppure entrò ancora in gioco l’impegno (vero o presunto) che la critica voleva per forza sentire nelle canzoni?
La musica resiste se intercetta lo spirito del tempo: la mia evidentemente contiene emozioni adatte anche a generazioni successive. La critica italiana poi non è molto obiettiva, scrive di ciò che le piace e ciò che non le piace diventa moralmente sbagliato, siamo il Paese delle contrade. E molti affrontavano il pop turandosi il naso, senza professionalità e rispetto.

Ma gli anni ’90 la completarono la “rivoluzione”?
No, si esaurì. Gente come i Public Enemy avrebbero dovuto, ritenevamo, portare i ghetti a pensare; invece il rap è diventato un nuovo pop di icone superficiali: macchinone, donne, soldi. E i rapper ora raccontano del proprio successo o dei gangster…

Anche in Italia quella “rivoluzione” si è spenta?
Il mio grande rammarico è per la cosiddetta scuola romana. Li ricordo, al Locale di piazza del Fico a Roma, Fabi, Tiromancino, Britti, Gazzé… C’erano vitalità, dialogo, sembrava il luogo di una nuova musica. E invece si sono sviluppate carriere normali, a sé stanti, senza la creazione di nuovi mondi.

Lei iniziò in duo con Mauro Repetto. Negli anni degli Aqua e delle Spice, furono decisivi i balletti che Mauro faceva alle sue spalle, mentre lei cantava?
Eccome! E nacque tutto per caso. Mauro componeva, sul palco non sapeva che fare: un giorno si inventò di ballare. La faccenda ci rese riconoscibili da tutti.

Ma i tormentoni di allora, coi loro balli, dalla Lambada in giù, di cui lei ha parlato pure in tv, resteranno come le canzoncine di Edoardo Vianello?
Credo di sì. Il tormentone vive se è inserito in una cultura del pop, sia il juke box o il ballo. Nel periodo dell’impegno non potevano nascere tormentoni: ma quelli erano anni di profondo disimpegno, e quei brani alla fine segnano indelebilmente quell’epoca.

Quando anche gente come Dalla e Vecchioni semplificò la musica d’autore: solo Baglioni osò puntare in alto con «Oltre». E fu massacrato da tutti: critica, fan…
Sì, ricordo anche i Quattro amici di Paoli. In effetti i cantautori capirono di dover andare incontro al disimpegno, miscelando intensità dei testi e radiofonicità delle melodie. Quando Baglioni volle osare una ricerca musicale più articolata, dovette scrivere testi adatti e rischiò di non intercettare l’epoca. Ma oggi quel disco, un capolavoro, rimane.

Rimane assieme a cosa, di quegli anni così strani?
Alla voglia di distogliere l’attenzione della gente dalla musica rumore di fondo, come purtroppo la viviamo oggi. Gli 883, una boyband in versione casereccia e sconclusionata, aspiravano a bucare la cortina del disimpegno per rimettere al centro la quotidianità che negli ’80 pochi avevano cantato. Certo pensavamo l’avrebbero fatto meglio di noi i rapper, quando iniziarono a inserire tematiche sociali complesse, ea anche discutibili, nell’intrattenimento. Ma poi sono rimaste cose più semplici, a formare un background emotivo evidentemente più resistente al tempo.

Andrea Pedrinelli

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...