Max Pezzali: “La gente vuole soluzioni. Se non sono immediate, anche il M5S diventa un insuccesso”

“Viviamo in un’epoca in cui la vendita di qualsiasi bene e servizio prescinde dal contenuto e si concentra solo sul contenitore…non è tanto importante cosa vendi, ma come lo vendi. E anche nella politica è così: oggi è più importante il consulente d’immagine, che non il consulente economico di un candidato”.

Max Pezzali, dopo aver festeggiato nel 2012 venti anni di carriera, chiude in bellezza le celebrazioni di una vita spesa al servizio della musica con Max 20, un album di inediti e grandi classici proposti sotto una nuova veste. Artista completo, Pezzali non si limita a creare ammiccanti canzoni pop da classifica, ma con abilità e intelligenza costruisce brani capaci di riflettere sulla società e sui tempi che cambiano, attraverso giochi di parole, una buona dose d’ironia e un sapiente uso del linguaggio nell’era della comunicazione globale.

Nate da una collaborazione con Mauro Repetto, Welcome Mr. President e Il Presidente di tutto il mondo analizzano con lucidità le dinamiche che intercorrono tra elettore e politico: “Nelle canzoni ho voluto rendere l’idea del candidato che in qualche modo deve cercare di piacere a tutti: deve avere il carisma di Steve Jobs, deve essere abbastanza conservatore da avere il piglio di Clint Eastwood, ma deve al contempo essere abbastanza progressista e buonista come Angelina e Brad Pitt in Africa, senza dimenticare il Bono Vox un po’ populista. Essere un mix di tutte queste cose è l’unica chance che ha un candidato di sfondare il muro d’indifferenza dell’elettore medio”.

Come sono oggi i suoi rapporti con Repetto?
Mauro oggi vive a Parigi, lavora a Disneyland e ha una moglie e due figli. Noi ci siamo rivisti poco più di un anno fa e abbiamo passato un po’ di tempo a parlare del più e del meno riallacciando una sorta di relazione via mail che ci ha portato a collaborare. L’idea è venuta da un suo script, The Election Day, che narrava di un futuro prossimo in cui le grandi emergenze non riescono ad essere risolte e gli stati di tutto il mondo decidono di demandare ad un Presidente unico la responsabilità, una sorta di ONU personalizzato.

Come procede la storia?
Si tengono le elezioni per cercare un candidato che abbia le caratteristiche necessarie per risolvere i problemi dell’umanità, ma ci si rende conto che non esistono candidati abbastanza autorevoli e carismatici per quel ruolo e così si decide di replicare il DNA di personaggi famosi del passato. La cosa paradossale e geniale sono i dibattiti, le tribune politiche, tra Tutankhamon e Bob Marley, Giulio Cesare e Bruce Lee.

E’ un modo per mettere ironia e sarcasmo sui vizi della società della comunicazione contemporanea e a me piaceva l’idea della spettacolarizzazione della politica. Noi oggi siamo soggetti ad un bombardamento mediatico, internet ci ha dato la possibilità di avere un sacco di informazioni in tempo reale, però è diventata più una questione quantitativa piuttosto che qualitativa. Visto che è difficile catturare l’attenzione delle persone e dire loro cose che non vogliono sentirsi dire, chi parla in pubblico, come i candidati, tende a dire quello che la gente si aspetta e non quello che pensa veramente.

Visto che abbiamo toccato il tema elezioni, tra astensionismo e delusione dei grillini, qual è un suo bilancio sulle amministrative?
La dimostrazione di quanto stavo dicendo è data proprio da questi dati: è difficile mantenere l’attenzione attiva per troppo tempo, a volte si ha la concezione messianica del candidato, come se arrivasse un deus ex machina a risolvere tutto in pochissimo tempo, ma non è così. Problemi complessi richiedono soluzioni complesse. Nel momento in cui però la gente non vede soluzioni immediate, anche il grande mito del M5S può essere tacciato di insuccesso.

Quindi è solo colpa di un elettorato troppo volubile?
Io credo che le colpe ci siano da parte di tutti: è imprudente convincere le persone che appena sarai eletto risolverai una serie di cose, è un messaggio sbagliato, ma d’altra parte vivi in un mondo in cui la comunicazione ti chiede questo, perché se dici all’elettorato che ti ci vorranno mesi o anni per risolvere determinati problemi, nessuno ti darà fiducia. Il fatto è che l’elettore è portato a credere che si possano risolvere in modo semplice problemi complessi e questo è il cortocircuito della comunicazione tra elettore e politico in questo periodo. Come si fa a pretendere che una crisi economica, di valori, di sistema, venga risolta con tanta facilità? Servono competenze specifiche, tecniche, per questo il cittadino demanda al politico la responsabilità, scegliendolo in base ad un sistema di valori che li accomuna, poi però sta al politico selezionare lo staff giusto per affrontare su un piano tecnico i problemi enormi che abbiamo di fronte. Oggi, invece, c’è la tendenza a voler sempre dire la propria sostituendosi – senza averne le competenze – ai tecnici e agli esperti.

Tornando al disco nuovo, lei ha inciso 5 inediti e 14 duetti in cui reinterpreta alcuni suoi grandi successi insieme ad un parterre di stelle, da Jovanotti a Raf, da Baglioni a Fiorello. Come nasce il progetto di Max 20?
L’idea era quella di chiudere in bellezza i festeggiamenti per i 20 anni di carriera che ho celebrato l’anno scorso insieme ad amici e colleghi che per me, e per la musica italiana in generale, sono stati fondamentali. Da un lato ci sono artisti importanti per la mia formazione, come Baglioni, Venditti, Raf, che è stato il suono “pop” assoluto, Edoardo Bennato ed Elio, perché nel mio modo di raccontare le cose e gestire i testi Elio è stato fondamentale. Poi ci sono i grandi miti di riferimento, come Eros Ramazzotti, il più grande artista italiano vivente, e quelli che rappresentano il presente e il futuro della musica, come Nek che è nato e cresciuto con me quando ci siamo presentati al Festival di Castrocaro nel ’91 e lui all’epoca aveva una band, i Nek. Cremonini è il più grande cantautore della generazione presente e Giuliano Sangiorgi rappresenta un cardine della musica italiana di oggi. Ho voluto raccontare una storia che non fosse solo mia, ma che rappresentasse anche in generale la musica italiana. Avere tutti questi colleghi che senza indugio accettano con entusiasmo di far parte del tuo disco, è un’enorme soddisfazione.

Ha proposto una collaborazione a qualcuno che si è tirato indietro?
Devo essere sincero: no, anzi le risposte sono state entusiastiche, basta pensare a Fiorello – una persona molto attenta a non sovraesporsi – che ha accettato al volo…è un amico straordinario. Il problema è stato al contrario: ho iniziato a coinvolgere troppe persone senza rendermi conto che l’album andava chiuso perché non potevamo sforare la durata massima dei 78 minuti del formato del cd.

Se ci fossero le quote rosa lei sarebbe inadempiente: non c’è nemmeno un’artista donna nel disco…
Purtroppo le canzoni hanno un aspetto drammatico che è la tonalità, nel senso che io ho una voce non da virtuoso, ma appena sufficiente a interpretare quello che scrivo, per questo mi cucio le cose addosso sapendo dove posso spingermi e dove invece devo fermarmi. Abbiamo fatto delle prove per capire se le canzoni fossero cantabili dalle donne: o cambiavo io la tonalità, arrivando a dei punti in cui la mia voce non è per niente espressiva, o costringevo le donne a stare su delle tonalità bassissime rischiando di danneggiare la professionalità dell’artista.

Jovanotti è stato docente per un giorno all’Università di Cagliari e ha fatto una serie di riflessioni sugli anni ’90 e sull’importanza del web oggi. Entrambi i temi le sono cari, come mette in relazione gli anni ’90 pre-internet e l’epoca che è giunta dopo la rivoluzione del web?
Gli anni ’90 sono stati l’ultimo decennio in Italia pre-internet: io ricordo che ho fatto il mio primo collegamento nel 1994 e quindi ho vissuto il momento del passaggio. Gli anni ’90 sono iniziati con dei grandi cambiamenti epocali, come la caduta del Muro el’unità europea del ’92 che ha aperto un ampio sguardo sul futuro. L’Europa era vista con grande ottimismo, come qualcosa che ci avrebbe finalmente liberato dalle pastoie nazionali, dove saremmo stati tutti fratelli e amici…una sorta di Erasmus globale, di InterRail mentale che avrebbe consentito a tutti di girare liberamente. In quegli anni ci sono state anche brutte cose, come le stragi di Falcone e Borsellino, ma la risposta è stata una coesione nazionale mai vista, ricordo ancora i ragazzi in piazza a Palermo…il momento più violento della mafia è coinciso anche con una sua perdita di potere, mentre cresceva nella gente l’idea che ce la si potesse fare. Era un’Italia appena uscita da Tangentopoli e si pensava che la seconda Repubblica avrebbe significato la fine di un vecchio sistema politico clientelare, questo portava un fortissimo ottimismo. Io associo gli anni ’90 a quel grande sogno di cambiamento e di rinnovamento che c’era, e poi è arrivato internet. Basta pensare all’America di Clinton, alla Cool Britannia di Blair, alla musica e ai movimenti, come il grunge…poi la crisi economica e le torri gemelle hanno messo la parola fine al sogno.

La Rete ha creato un incredibile fermento e dato possibilità inaspettate in una parte del mondo che sembrava sopita, l’Occidente invece negli anni duemila ha smesso di sognare e lottare per il cambiamento nonostante la rivoluzione di internet?
Credo che a cavallo tra gli anni ’90 e il duemila siano successe due cose che hanno completamente cambiato l’assetto dei paesi occidentali: da una parte le speculazioni sulla new economy in America – che ha mostrato che non si era ancora pronti per una vera rivoluzione economica basata sulla Rete – e dall’altra l’11 settembre, che cambia radicalmente il modo di percepire noi stessi, di leggere l’Occidente nei confronti degli altri paesi. La crisi grossa di valori dell’Occidente per me è arrivata con l’11 settembre e i suoi effetti non sono ancora stati smaltiti.

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