Max… What’s Up?

“Il terremoto in Emilia? Quando sarò in tournée cercherò sicuramente di fare la mia parte”.
 
di Elena Del Duca
 
Per la musica si ha un altro concetto di età. Una canzone bella non è mai vecchia. Se i suoni possono essere più o meno “moderni”, in relazione all’evoluzione delle tecnologie, i testi no, restano, come pure certe tematiche. Lo sa bene Max Pezzali che apre l’estate targata 2012 ai vertici delle classifiche con la riedizione del suo primo album “Hanno ucciso l’uomo ragno 2012” (prodotto da Claudio Cecchetto e Pierpaolo Peroni per Atlantic/Warner Music) e lo fa con il remix a suon di rap dei nove brani di successo che hanno siglato l’entrata degli 883 nella scena musicale italiana. J-Ax, Entics, Ensi, Two Fingerz, Emis Killa, Dargen D’Amico, Club Dogo, Fedez e Baby K: i rapper italiani più seguiti del momento hanno partecipato al progetto reinterpretando insieme a Max le canzoni che hanno segnato la loro adolescenza: sì, proprio così, anche loro ascoltavano “Hanno ucciso l’uomo ragno”!
 
Ciao Max. “Passano gli anni ma le tematiche rimangono quelle….” (cit. “Sei uno sfigato”). I rapper hanno attualizzato i pezzi di vent’anni fa. Com’è andata?
È stato molto divertente perché mi ha fatto comprendere che quel disco era incredibilmente avanti. Riascoltato oggi, sembra quasi realizzato l’altro ieri. Pur con alcune ingenuità di produzione o con suoni che non sono più moderni, è un pugno nello stomaco pazzesco. Allo stesso tempo, ho capito che certe tematiche non sono cambiate più di tanto. I rapper di oggi hanno una maggiore consapevolezza di sé e raccontano ai ragazzi il presente con le loro parole e il loro linguaggio, che è quello che abbiamo fatto noi vent’anni fa. Sicuramente il parallelo è questo.
Alcuni di loro hanno confidato di essere partiti da te, dalla tua musica, avevano il tuo album…

Credo che sia un po’ la chiave di volta di tutto. Penso che noi (lui e Mauro Repetto che nel 1992 formavano gli 883, ndr), con la nostra incoscienza e la totale mancanza di filtri, buttando nel disco quello che ci veniva in mente, forse abbiamo sfondato una porta che ha permesso a tanti di affermare: “Se loro l’hanno fatto, possiamo farlo anche noi”. Questo è il grande lascito di questo disco, avere aperto la strada a tanti.
Invece J- Ax, tuo coetaneo, ha dichiarato che voi siete entrati nel mondo della musica “dalla finestra e non dalla porta principale”!
(Ride, ndr) Sì, noi eravamo gli outsiders della situazione perché non sembravamo quelli che potevano sopravvivere più di una stagione. Alla fine tra fenomeni del momento e meteore, sia io sia lui, siamo ancora qua e ci stiamo ancora divertendo a fare questo mestiere.
Che cosa risponderesti a chi ti dice che è un’operazione nostalgia”?
Non è nostalgia, sarebbe tale se fosse la bieca riproduzione di ciò che è stato già fatto. È soprattutto un modo per guardarsi allo specchio. È come se io parlassi con la figlia di mia moglie che ha quindici anni e che ha questi rapper come idoli musicali e che, pur conoscendo alcune canzoni, è molto lontana dal mondo degli 883. Rifare quest’album con gli artisti che lei ascolta, in qualche modo ci avvicina. Credo che questo disco unisca i punti di vista di due generazioni molto diverse.
Tu e J- Ax cantate: “Sempre noi… senza aver spento i nostri sogni mai… e che credono ancora a un futuro a colori“. Com’è possibile immaginare un domani a colori di questi tempi?
Ripensando alla situazione in cui è nato quell’album, io ricordo perfettamente ogni attimo. Mentre eravamo in studio, c’era Tangentopoli in piena esplosione, c’era un mondo vecchio che veniva buttato via, la Seconda Repubblica stava arrivando e pensavamo che sarebbe giunto qualcosa di molto migliore (si entusiasma, ndr). Avevano buttato a mare il vecchio pentapartito e purtroppo si susseguivano le stragi di mafia (gli attentanti ai giudici Falcone e Borsellino, ndr). Eppure c’è stata una risposta forte, unita e compatta da parte di tutta l’Italia e gli studenti sono scesi in piazza a Palermo. Questa Nazione è stata unita come forse non lo è stata mai, né prima né dopo quegli accadimenti. Poi, se pensiamo all’Europa: era appena caduto il muro (di Berlino, nel 1989), nel 1992 cadevano le frontiere e per la prima volta, c’era la possibilità di muoversi liberamente all’interno della U.E. Ecco, prevaleva il senso di ottimismo.
E adesso?
Forse non è che sia difficile vedere ottimisticamente quest’epoca ma credo che tutte le cose debbano nascere dal basso, dalla nostra capacità e dalla nostra voglia di cambiare. È difficile che una persona cambi per noi o ci dia gli strumenti per farlo dall’alto. Vedere il futuro a colori significa che, ogni giorno, sia io sia J-Ax ci alziamo dicendo: “Cavolo, anche se c’è la crisi, scrivo una canzone”, ossia con l’idea e con la voglia di fare lo stesso.
Il brano “Con un deca” quanto ancora rispecchia la noia dei giovani che vivono nella provincia italiana?
Rispecchia il senso di inadeguatezza e il bisogno di sentirsi al centro dell’azione di tutti quelli che si sentono all’esterno. In provincia ti senti tagliato fuori non solo dalla grande città ma dal centro della tua città, perché vivi magari in un bar di periferia e ci sono quelli che invece frequentano posti più fighi. Non c’è invidia, ma un certo senso di estraneità. Una canzone del genere racconta quel bisogno di evadere, quell’eterna voglia di fuggire da una realtà che ti sta stretta e dalla quale poi non riesci mai ad allontanarti completamente.
Biagio Antonacci ha lanciato l’iniziativa di devolvere gli incassi di un suo concerto a favore dei terremotati dell’Emilia. Tu cosa ne pensi?
Qualsiasi cosa che si faccia per queste popolazioni è lodevole. Mio padre è nato a Sassuolo, nella bassa modenese, sento quel terremoto come veramente vicino a casa sotto tutti i punti di vista. Ritengo che ognuno debba agire come meglio crede e sicuramente devolvere il compenso di un concerto è un’ottima strada. Quando sarò in tournée cercherò sicuramente di fare la mia parte.
Momento “rivelazione”: stai lavorando a un nuovo cd di inediti?
Questo cd non era previsto, è nato spontaneamente. La mia intenzione era quella di buttare giù le idee per un lavoro di inediti. Si sono allungati un po’ i tempi ma ci sto lavorando. Adesso mi attizza l’idea di fare un tour con i pezzi dei primi due album (inizio previsto dopo l’estate, ndr). A volte il pensiero di fare qualcosa di diverso ti da freschezza interiore.
Max, qual è il sogno che ti è rimasto ancora da realizzare?
Ce ne sono diversi. Il mio sogno più bello è fare il “coast to coast” in moto, mi piacerebbe girare l’America per mesi, senza avere tempi di arrivo, nella maniera più libera possibile. Ma vorrei anche prendermi il tempo, una volta nella vita, per realizzare un disco fuori, non so, negli Stati Uniti o in posto “x”, e scrivere i testi là.
 
Happy ending con una dedica ai lettori di What’s Up!
Spero per tutti in un futuro pieno di passioni…
 
Spieghiamo!
Nel senso che vorrei che tutti loro avessero la possibilità di riuscire a vivere di passioni, indipendentemente che siano considerate “alte” o “basse”, ossia di realizzarsi facendo il lavoro che più gli piace fare, ognuno nel proprio campo. È uno dei più grandi privilegi che ci sia.

Un pensiero su “Max… What’s Up?

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