Max Pezzali: l’uomo ragno vive anche nei ragazzi del 2012

“Stessa storia, stesso posto, stesso bar…” verrebbe da cantare. Eppure sono passati già 20 anni da quando nel 1992 tanti over 30 di oggi si ritrovavano a cantare con lo stereo a palla le canzoni di “Hanno ucciso l’uomo ragno degli 883” .

“Stessa storia, stesso posto, stesso bar…” verrebbe da cantare. Eppure sono passati già 20 anni da quando nel 1992 tanti over 30 di oggi si ritrovavano a cantare con lo stereo a palla le canzoni di “Hanno ucciso l’uomo ragno degli 883” (oltre 600 mila copie vendute).

Max Pezzali, fondatore del gruppo con Mauro Repetto, ha ripreso in mano le canzoni di allora per ricantarle a ritmo di rap. Il nuovo album, in uscita il 12 giugno, s’intitola “Hanno ucciso l’Uomo Ragno 2012” e contiene i brani di allora rifatti per l’occasione con lo zampino dei Club Dogo, Emis Killa ed una lista di numerosi altri rapper italiani. A dimostrazione che i problemi degli adolescenti di allora, abilmente descritti dagli 883, sono gli stessi di quelli di oggi, nonostante la tecnologia e la comunicazione sempre più veloce che solo apparentemente riduce le distanze. Il disco è stato anticipato dall’unico brano inedito “Sempre noi”, cantato da Pezzali con J-Ax: un brano che descrive un po’ lo spirito di oggi dei ragazzi di ieri.

AR. Ascoltando “Hanno ucciso l’uomo ragno 2012” ci si chiede, cosa è cambiato in questi 20 anni?

Max Pezzali. “Hanno ucciso l’uomo ragno” è un disco che racconta perfettamente quegli anni, le persone che ci circondavano e quel clima da sabato del villaggio della provincia italiana. La provincia in genere è un luogo che, soprattutto all’epoca, non veniva mai toccata dalle cose che succedevano nel mondo. Milano per noi che abitavamo a Pavia era ancora la “Mecca” dove accadevano le cose. E noi pur essendo vicini ne eravamo in qualche modo esclusi. Quello era il mondo che raccontavamo fatto di allegria e entusiasmo. Era sicuramente un’epoca diversa. Jovanotti cantava “Estate 1992 l’anno dell’Europa unita delle mie e delle tue vacanze”. Per noi l’Europa era un fatto positivo, il Muro di Berlino era caduto da pochissimi anni e anche le vicende di Tangentopoli sembravano la porta per il cambiamento. Da parte dei ragazzi c’era veramente tanta partecipazione: ad esempio contro le stragi di mafia tutti scesero in piazza. Esattamente l’opposto di oggi, dove c’è sfiducia in tutto. L’Europa viene ad esempio vista come un grande nemico

AR. Tante cose diverse, eppure quei temi affrontati nel disco del 1992 risultano ancora attuali.

Max Pezzali. “Hanno ucciso l’uomo ragno” mette in evidenza due temi in particolare: la malinconia e l’esclusione, elementi che in qualche modo hanno fatto da leit motiv a tutte le cose che ho fatto in seguito. Parla dell’esclusione del provinciale che vede la città pulsante e troppo lontana dalle sue possibilità. Ma si parla anche dello stare insieme e del bisogno del gruppo, che per certi aspetti oggi è cambiato. Noi avevamo il bar come luogo di aggregazione. Era la grande agorà in cui il gruppo prendeva forma. Oggi invece, con i mezzi di comunicazione ed il web, si tende a fare gruppo in rete, attraverso le community. In questa società dei mezzi di comunicazione di massa paradossalmente si comunica di meno

AR. Un pezzo come “Jolly Blue”, che parla delle mitiche sale giochi, oggi quindi non si potrebbe scrivere…

Max Pezzali. Le sale giochi erano il simbolo di quegli anni, luoghi di aggregazione del tutto gratuiti, dove potevi stare anche se non giocavi. Oggi farebbero ridere, ma per noi rappresentavano il futuro che arrivava. Oggi si gioca da soli oppure con altre persone on line. Anche oggi c’è sempre bisogno di comunità, ma sono comunità isolate. Le sale giochi erano luoghi straordinari, dall’atmosfera crepuscolare e dove c’erano persone che lì dentro erano delle leggende viventi magari perché avevano fatto un record ad un gioco in particolare. Persone che in questi luoghi avevano il loro palcoscenico. Un campionario unico che oggi si è un po’ perduto.

AR. Quali sale giochi ricordi con più piacere?

Max Pezzali. A Pavia c’erano oltre al “Jolly Blue”, che ha dato il titolo alla canzone, anche il “Cursal”, il “Bar Dante” e il “Bar Fornelli”, che in realtà si chiamava diversamente ma siccome quello era il suo primo nome per tutti era rimasto “Fornelli”. Ricordo anche il “Bar Piave” della stazione dove i ragazzi più grandi andavano la mattina per far colpo sulle ragazzine che bigiavano la scuola.

AR. Parlavamo delle affinità tra quel mondo del 1992 e quello di oggi…

Max Pezzali. L’affinità resta indubbiamente quel sentimento di esclusione che continua ad esserci ancora oggi. L’unica differenza è che prima non avevamo informazioni. In provincia arrivava ad esempio la sottomarca oppure mai la taglia giusta. E quindi nelle grandi città noi non eravamo mai all’altezza. Oggi, sebbene ci sono comunicazioni più veloci, l’esclusione resta uno stato dell’anima. Un’altra cosa è l’eterno bisogno di cose base che i ragazzi hanno sempre: dal problema del denaro, che manca sempre, al non essere compresi dal mondo dei grandi, fino alla non corresponsione da parte dell’altro sesso, il bisogno di evasione e la fuga.

AR. Tutto questo gli 883 lo avevano sintetizzato proprio nella canzone “Hanno ucciso l’uomo ragno”?

Max Pezzali. L’uomo ragno rappresentava proprio quel senso di non identificazione con il mondo degli adulti. Da sempre quando si cresce si lasciano da parte alcune cose del mondo della fantasia che appartengono alla nostra gioventù. Crescendo si cerca di salvaguardare un’integrità morale. Per questo per molti crescere può essere uno shock.

AR. Ricordo che all’epoca alcuni critici tentarono di dare un messaggio sociale a questa canzone, facendo riferimento proprio alle stragi di mafia di quell’anno, paragonando addirittura l’uomo ragno al Giudice Giovanni Falcone. Equivoco che in qualche modo venne amplificato da un brano di quell’anno di Francesco De Gregori, dal titolo “La ballata dell’uomo ragno”. Come avevate trovato quei commenti?

Max Pezzali. La nostra è stata una canzone più semplice e nello stesso tempo più complessa. E in ogni caso è stata scritta molto tempo prima delle stragi di mafia. All’epoca si pensava che per mantenere una certa integrità cantautoriale bisognava inserire la tematica sociale. Io però non faccio la regola che poi diventa la realtà.

AR. Di recente alcuni artisti indie italiani hanno omaggiato gli 883 nella compilation “Con due deca” mentre tu hai scelto alcuni artisti della scena rap italiana per questo remake di “Hanno ucciso l’uomo ragno”. Come trovi queste realtà?

Max Pezzali. Credo che siano due realtà in cui sta succedendo qualcosa nella musica italiana. Purtroppo la musica mainstream si sta sfaldando: ci sono sicuramente ottimi esecutori, grandi interpreti, ottimi arrangiamenti, ma manca qualcosa. C’è da dire che nella musica i grandi cambiamenti sono sempre arrivati da persone che hanno vissuto tanto e che hanno tanta voglia di raccontare delle cose.

AR. Ci racconti com’è nata l’idea di coinvolgere gli artisti rap in questo disco?

Max Pezzali. Questo album è stato un imprevisto, nato per caso. Lo scorso anno, in una manifestazione di Mtv, mi ritrovai a cantare uno dei miei brani e alcuni artisti rap vennero a fare il coro nel finale. Conoscevano a memoria diverse mie canzoni e mi citavano le loro preferite, dicendomi anche che con quelle ci sono cresciuti. Per me è stata decisamente una sorpresa. L’idea di riprendere in mano l’album mi è venuta parlando con i Club Dogo e ho realizzato che quel disco aveva avuto un ruolo ben preciso per un’intera generazione. Sentendo noi che cantavamo le nostre storie, ingenue ma genuine, forse a qualcuno è venuta voglia di provare a fare altrettanto. Ho trovato un filo comune che collega quel modo di raccontare che avevamo noi due, ragazzi di provincia, al rap di oggi. Il loro è un modo di scrivere crudo ma vero e che racconta la realtà dei ragazzi di oggi. Allora noi eravamo debuttanti assoluti che si giocavano tutto con un album.

AR. Sono circolate in rete delle tue foto recenti con Mauro Repetto, il tuo compagno di avventura ai tempi degli 883 e che hai coinvolto nel video realizzato per questo nuovo album. Tornerete a collaborare insieme? Ci sarà una reunion?

Max Pezzali. Ho ricontattato Mauro quasi per caso, due anni fa, e abbiamo lavorato assieme per un video dedicato a quest’album. Le voci sulla reunion sono nate perché io e lui siamo stati visti spesso assieme ultimamente. Ci siamo riscoperti amici ad un livello incredibile visto che non ci vedevamo da più di dieci anni e stiamo pensando a qualche progetto da realizzare assieme. Non so ancora in che forma e in che modo, ma qualcosa succederà.

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