Max Pezzali intervistato da DireDonna


Max Pezzali ritorna dopo vent’anni con Hanno Ucciso l’Uomo Ragno, il primo album degli 883 che nel 1992 segnò il cambiamento nella musica italiana: 650.000 copie vendute e un disco di diamante capaci di far infilare una dietro l’altra ben dieci settimane al primo posto nella classifica degli album più venduti. Un successo che oggi ritorna a far parlare di sé, con due decadi e tanti cambiamenti alle spalle, dopo essere passato per le mani degli esponenti più importanti della scena hip hop italica, tra cui J Ax e Club Dogo solo per citarne alcuni; nuovi arrangiamenti e interpretazioni compongono il mosaico che forma l’omaggio al disco che ha segnato gli anni novanta col suo mix inconfondibile di musica e testi malinconici che hanno raccontato la gioventù di quel periodo che, a guardar bene, non è poi così diversa da quella di oggi.
Cos’è cambiato da vent’anni fa, quando è uscito Hanno Ucciso l’Uomo Ragno:

«In me sono cambiate tante cose, come è naturale che sia. Sono passati 20 anni, il che significa attraversare tante fasi della vita molto diverse da quella nella quale eravamo al momento della scrittura del disco. Quello è un disco che racconta perfettamente quegli anni, me e le persone che mi circondavano: quell’eterno clima da sabato del villaggio della provincia, un luogo non toccato dalle cose che davvero contano al mondo. Era un mondo in cui c’era un forte entusiasmo. L’Europa Unita era vista come un fattore positivo, era un momento di grande cambiamento, con un senso di comunità molto forte con tutti gli altri. C’erano state le staggi di mafia ma c’era stata una risposta come mai prima: c’era un senso di risposta unitaria a un momento di difficoltà. Tutto l’opposto di oggi in cui c’è la grande sfiducia nei confronti di tutto, delle istituzioni. C’è la consapevolezza che in questi 20 anni non è cambiato nulla, con una reazione assoluta verso l’antipolitica.»

Risentendo il disco, si percepisce già un elemento malinconico:

«Il tema generale del disco era l’esclusione, come anche del disco dopo (Nord Sud Ovest Est ndr) quella di chi non riesce ad accedere a un rapporto soddisfacente con le ragazze perché è quello che vive in periferia e non frequenta i luoghi giusti. L’esclusione del provinciale che vede la città pulsante troppo lontana dalle proprie possibilità, però raccontato in modo allegro. Con sopra una musica mediamente allegra, in maggiore, ma nei testi è evidente che ci siano degli elementi malinconici, tipici dell’essere lontani dal centro dell’azione.»

Oggi però si è perso il senso di comunione celebrato nel disco:

«Un altro elemento è infatti il bisogno del gruppo, non come branco ma come luogo d’aggregazione, come il bar, la grande agorà in cui si scambiano le impressioni e le emozioni, in cui ci si confronta e si trova e si prende forza dagli amici che fuggono dal grande muro nei confronti dei pericoli dell’esterno, cosa che forse oggi tende a essere meno importante perché si vive in una società in cui c’è molta meno comunicazione. ci sono molti più mezzi di comunicazione ma si comunica di meno: è come se fossimo tutti degli universi separati che ogni tanto aprono dei canali di comunicazione. Anche le sale giochi erano dei simboli di quegli anni. Erano gli altri luoghi di aggregazione, dove ciò poteva avvenire in maniera del tutto gratuita.Era il luogo in cui questi videogame si aprivano ai nostri occhi, questi mondi che ormai sembrano ridicoli ma che per noi erano il punto di contatto con il futuro. Oggi si gioca da soli ma online; ti colleghi con i network: c’è bisogno di comunità ma sempre isolato. Una comunione di cellule chiuse dentro se stesse. Era un’atmosfera crepuscolare: quelli con il record più forte che venivano visti come leggende viventi; c’era un campionario umano che secondo me oggi è un po’ perduto».

Ma quali sono le affinità con i ventenni di oggi?

«Nonostante Internet abbia messo tutti in comunicazione, questo senso di esclusione continua a esserci. Era tutto sempre un pochino sbagliato: la marca non era quella giusta, era sempre un po’ un’imitazione o una parente povera quindi quando ti presentavi nella grande città non eri mai all’altezza. Oggi sembra tutto cambiato, vai a Pavia e trovi uno skater di oggi vestito esattamente come un suo corrispettivo di Los Angeles, ma in realtà quel senso di esclusione non deriva dalle informazioni ma da uno stato dell’animo, del cuore. Sentire che la vita ti sta sfuggendo senza che accada qualcosa di veramente significativo. L’altra cosa che non manca mai è quell’eterno bisogno di cose base che i ragazzi hanno. Sentendo i rapper di oggi che rappano sul disco, i problemi dei giovani sono sempre quelli: c’è il problema del denaro che non è mai abbastanza, c’è il problema di non essere compreso dal mondo dei grandi che ti tarpa le ali e che non riesce a comprendere i tuoi drammi perché loro ormai si sono adattati a dei compromessi che tu non vuoi accettare, il problema della non corresponsione da parte del femminile da una parte e del maschile dall’altra e poi il bisogno di evasione: il tema della fuga, dell’altrove, della terra promessa dove ‘è tutto il malessere potrebbe placarsi perché c’è un luogo dove si sta sicuramente meglio.»

Ma chi è l’Uomo Ragno di oggi e chi l’ha ucciso?

«L’Uomo Ragno di allora rappresentava quel senso di non identificazione nel mondo degli adulti: renderti conto che stai crescendo e che ti obbligano a scendere a dei compromessi; non c’è più niente di sbagliato ma c’è una serie di scale di grigi intermedie. Bisogna adattarsi a una vita grigia, crepuscolare, di provincia: quella è la morte dell’eroe, dell’uomo ragno. Devi lasciare da parte alcune utopie per adattarti alla brutta realtà, cercando di venderti il meno possibile o almeno salvaguardare il più possibile la tua integrità. È uno shock crescere, una crisi e un conflitto allora come oggi.»

All’epoca qualcuno ha provato a trovarci un messaggio sociale:

«In effetti la nostra era una cosa molto più semplice e paradossalmente più complessa; è sempre stato quello il problema. Per me l’onestà e l’integrità coincidono con il raccontare qualcosa che conosci, cercando di metterci te stesso. All’epoca invece si pensava che l’unico modo per mantenere un’integrità musicale cantautorale fosse quello di inserire, anche forzatamente, un tema d’attualità sociale. Per me è il contrario: prima analizzo la realtà e poi faccio la regola, non il contrario. Per me nella dinamica dello scrivere le canzoni è l’osservazione della realtà il punto di partenza, quindi per me il problema era quello, raccontare il mio centimetro quadrato, né più né meno.»

Con Due Deca, è la compilation uscita un paio di mesi fa in cui alcuni gruppi indipendenti hanno reso omaggio alle tue canzoni. Dall’indie al rap è il passo è lungo:

«Sono due estremi ma sono le uniche due realtà in cui sta succedendo qualcosa nella musica italiana. Mentre il mainstream, il pop di una volta, si sta fossilizzando su elementi di grandissima esecuzione, grande capacità vocale e capacità di stare sul palco degli interpreti, perché in un momento di crisi è un’ultima ancora di salvezza, in realtà non è mai stato così nella musica del dopoguerra. I cambiamenti sono sempre arrivati da grandi interpreti, ma da persone che hanno vissuto tanto da raccontare le cose; dal rock’n’roll degli anni ’50, al punk all’hip hop, i cambiamenti sono arrivati dalla voglia di raccontare delle cose e non dal come le racconti. In un momento in cui l’industria ha l’obbligo di concentrarsi solo su ciò che è realmente importante in termini numerici, in realtà il mondo del rock indipendente, dell’indie, ovvero che sta di sotto alla superficie facendo ciò che vuole, così come l’hip hop, sono gli unici luoghi dove in maniera più surrealistica, con testi più evocativi e musicali da una parte e con una forte connotazione descrittiva nei propri testi dall’altra, sono oggi forze centrifughe, le uniche secondo me in cui sta accadendo qualcosa di significativo.»

Questo disco fa da spartiacque alla tua carriera, come vedi il tuo futuro?

«Questo è di fatto un imprevisto, nato per puro caso agli MTV Days dove mi sono trovato a cantare alla fine della mia esibizione con i Club Dogo, insieme ad altri rappers, alcune canzoni del mio passato a memoria. Questa cosa mi sconvolse; poi parlando ho scoperto che c’era un anello di congiunzione tra i due mondi: quell’album aveva fatto dire a molti “lo faccio anch’io”. È una cosa che è nata in tempi relativamente brevi: mi sono reso conto che fare questa cosa, come il singolo con J Ax (Sempre Noi ndr) mi ha divertito tantissimo, mi ha fatto tornare con lo spirito all’atmosfera artigianale, quasi priva di filtri, immediata, di quand’ero giovane. Questa è secondo me la chiave: ho capito che mi diverto più così, a non stare all’interno della dinamica dell’album canonico. Potrebbe essere un ritorno a un modo di lavorare che potrebbe essere più divertente di quello più recente.»

Ultimamente su Internet sono apparse delle foto con Mauro Repetto e J Ax. C’è possibilità di rivedervi insieme?

«Con Mauro qualcosa succederà nel futuro prossimo. Ci vediamo regolarmente, è una persona che ho ritrovato: è come se si fossero riattaccati i rapporti la sera dopo che ci eravamo lasciati. Magari non nella musica, ma qualcosa insieme faremo.»

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