Gli 883: «Ora vi spieghiamo perché ci siamo sciolti» (Vanity fair)

“Hanno ucciso l’uomo ragno” compie vent’anni: Max Pezzali e Mauro Repetto si ritrovano e ripercorrono la loro storia. Un’esclusiva confessione a due voci con Vanity Fair (l’intervista integrale sul numero 23 in edicola dal 6 giugno)

«Quando Mauro mi ha detto: “Max io parto, vado a Miami, mi sa che non torno”, io ho pensato al racconto I Langolieri di Stephen King, dove si parla di quei pesci degli abissi che sopravvivono solo in condizioni ostili: senza luce e schiacciati da una pressione fortissima. A lui era successa la stessa cosa», racconta Pezzali, «finché stavamo nella nostra cantina a comporre e suonare, finché anche noi eravamo schiacciati dalla pressione fortissima dell’incertezza, è stato bene. Poi il successo ci ha risucchiati verso l’alto e lui ha sentito che non si teneva più insieme. Come potevo dirgli: rimani?».
Mauro, arriva la fama ed è a quel punto che lei se ne va: perché?
«Non ero all’altezza della situazione. Giù dal palco eravamo 50 e 50, portare questa collaborazione sulla scena era impossibile, e allora io, mentre Max cantava, saltavo perché non potevo fare altro. Quando siamo arrivati a giocare in Serie A, non ne avevo la capacità né soprattutto la maturità. La mia fragilità estrema ha aperto la via ai brutti incontri. Mi sono circondato di persone sbagliate, sono andato alla deriva».
Dove?
«In America. Mi ero innamorato di una modella, Brandy, vedendola su un giornale. Vado a Miami con uno che lavorava all’Hollywood, che potrebbe presentarmela. Brandy la conosco, ma non mi caga minimamente, e allora dopo sei mesi torno in Italia con due compositori

neri americani che fanno risse tutte le sere».
Ora vive a Parigi.
«A un certo punto salta fuori che a Disneyland Parigi cercano un cowboy: il posto è mio. Adesso non faccio più il cowboy, organizzo eventi speciali».
E lei, Max, come reagì alla fuga di Mauro?
«L’unico mio dolore riguardo a quella sua scelta è che all’inizio, senza di lui, non mi divertivo assolutamente più a fare musica. Sentire l’accordo della chitarra nel silenzio mi dava l’ansia».
Mai incontrati in tutti questi anni, Mauro?
«Un paio di volte, ma ancora non eravamo pronti a parlare una lingua comune. è successo a novembre dell’anno scorso, a Parigi. Solo lì ho ritrovato il mio migliore amico.

Ci eravamo dati appuntamento in un ristorante: abbiamo cenato senza toccare cibo, solo parlando, dalle otto a mezzanotte».
E ora vi siete ritrovati. Max, avrà un seguito tutto ciò?
«Buttiamo giù idee, l’abbiamo sempre fatto. Abbiamo ricominciato a ragionare insieme, chi lo sa».

L’intervista completa sul n° 23 di Vanity Fair in edicola da mercoledì 6 giugno





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