883: vent’anni dopo, la reunion

Paolo Madeddu li ha incontrati, ovviamente in un bar: Max e Mauro, belli tonici e nostalgici. Si riforma la coppia?

Di Paolo Madeddu

“Vieni, D’Artagnan. Dì addio alla spada e seguimi a Pierrefonds, a Bracieux, o De Valon. Invecchieremo insieme, e ricorderemo i nostri vecchi amici”. “No!”, rispose il Guascone. “Voglio rischiare un’altra guerra”. “Per ottenere cosa?”, domandò Porthos. “Diventare maresciallo di Francia!”, ribattè D’Artagnan.
(Vent’anni dopo, di Alexandre Dumas padre)

“Ci siamo ritrovati a Parigi ed è stato come se ci fossimo lasciati la sera prima. Anche se stavolta ognuno era con la sua famiglia. Risentimenti, imbarazzi? Nessuno, né ora né allora”. A parlare non è Max Pezzali, né Mauro Repetto: sono entrambi, come una versione a due di Qui, Quo, Qua. Dove? Al tavolo di un bar, ovviamente. “Anche quando componevamo, era un processo che avveniva in coppia, nessuno dei due potrebbe rivendicare un particolare verso”. Questo, invece, è Max a dirlo, ed è opportuno che lo dica lui.

Nel 1992, dal nulla o quasi, due ragazzi di Pavia andarono al n.1 annunciando all’Italia: “Hanno ucciso l’Uomo Ragno”. 10 settimane al n.1 degli album più venduti e 8 canzoni che almeno due generazioni possono citare a memoria, magari con un sorriso ironico – ma a ben guardare, in quegli anni nessuno parlava altrettanto chiaramente il linguaggio dei propri coetanei, con un occhio disincantato agli anni 80 appena terminati e al loro rampantismo (Te la tiri, 6/1/sfigato) contrapposto all’angoscia della provincia (Jolly Blue) e alla sfiducia nel futuro (Con un deca).

Quel disco conteneva diversi stili, dal rock di S’inkazza al r’n’b di Lasciati toccare, ma soprattutto aveva (in Non me la menare, 6/1/sfigato o Te la tiri) una forte matrice rap: il genere, ancora traballante nella sua versione italiana, ivi compreso il primo Jovanotti, era quello su cui Pezzali e Repetto si erano cimentati dopo un viaggio a New York che aveva convertito il simpatizzante punk Pezzali al credo hip hop. Bussarono a tante porte, trovando una sola persona sulla loro lunghezza d’onda: Claudio Cecchetto. “Tutti gli altri ci suggerivano di essere più melodici. Perché a funzionare era la scuola toscana: Marco Masini, Paolo Vallesi, Alessandro Canino, quello che cantava Brutta… Cecchetto invece disse: Mi piace. E prima che potessimo rendercene conto, stavamo incidendo un album”, racconta Pezzali.

“Il seguito è stato un treno in corsa. Due ragazzi di provincia, in giro per l’Italia su una Golf, del tutto sprovveduti, senza quella capacità e malizia che hanno già oggi i giovani dei talent. Incapaci di vestirci o di proporci alla telecamera, come dicevano i nostri coetanei a Castrocaro, con me che indossavo la maglia di riserva dell’Irlanda del Nord, color verde evidenziatore”, continua Max. “Eravamo completamente sbagliati. Ma a volte, come insegnano i Ramones, sono quelli completamente sbagliati che fanno la Storia”. Repetto: “Le famiglie erano convinte di avere in casa due falliti, il quadro che si stava delineando era quello”. Pezzali: “Nei momenti di scoramento Mauro diceva: Fregancazzo, siamo forti, dignità zero… Questo ci ha fatto fare quel tipo di salto. Ancora oggi qualsiasi cosa dovessimo fare, sarebbe con la stessa forma mentis, io sarei il prudente ansioso, lui direbbe: se ci facciamo male non importa”. Repetto: “Io ci credevo, perché il nostro entusiasmo per la musica era enorme. Anche solo passare un pomeriggio sentendo Beastie Boys o Tom Waits, rendeva la giornata bellissima e piena. Però poi io ho capito di non poter fare il salto in una dimensione più grande. Ero negli 883 per divertimento, ma a quel punto non poteva più essere la stessa cosa. Quegli 883 avevano completato il percorso iniziale. Nel gruppo c’era un genio, era giusto che fosse lui a proseguire”, racconta Repetto. “Certo, volendo è stata una scelta da immaturo. Eravamo in un cortile, a un certo punto sono arrivati amici più grandi, il gioco è cambiato, e io le regole di questo gioco non le volevo imparare. Ho preferito cercare la mia strada. È stata una strada accidentata, meno centrata della sua, ma oggi siamo due persone felici”. Pezzali: “Quando Mauro è uscito dagli 883 ho dovuto cambiare metodo. E ho perso una parte del divertimento, la dialettica, la condivisione. Ho dovuto diventare un po’ schizofrenico e parlare da solo. Però da parte mia non c’era che rispetto per Mauro: la gente venderebbe la famiglia per un passaggio in prima serata, lui invece scientemente è sceso da quello che tutti sognano. Ha fatto la cosa più difficile, è stato il massimo dell’onestà”. Repetto: “Non vedevo altra possibilità”.

Però ci sono le leggende metropolitane, dal presunto ruolo di pupazzo a Eurodisney alla presunta tossicodipendenza, dall’etichetta di “Quello inutile che ballava” fino alla riscoperta come eroe “cult” alla Jack Frusciante, che esce dal gruppo prima dell’invito a Sanremo. Repetto dice laconico: “Quante stronzate. Non mi è mai importato granchè. Ciò che pensa la gente di me non ha mai occupato molto del mio tempo”. Pezzali ride: “Però quello che su internet ha scritto Syd Barrett è il Mauro Repetto italiano è un grande”.

Oggi Repetto vive a Parigi. A Eurodisney ci lavora, sì, ma come manager per gli eventi speciali. Ha anche una ditta che realizza oggetti di design progettati dalla moglie. E recentemente è tornato a esibirsi, in uno spettacolo teatrale fortemente “indie” intitolato The Personal Coach, a dimensione di scantinato, le cui immagini su YouTube hanno sorpreso molti italiani, per il piglio marlonbrandesco di Mauro (e per il fisico inaspettatamente tonico del 44enne artista precedentemente noto come “il biondino”).

Ma anche Pezzali, fisicamente, è migliorato. Forse perché oltre a perdere qualche chilo, è tornato a vent’anni fa. Non tanto per l’amico ritrovato, ma per festeggiare i 20 anni dell’album di debutto ripresentandolo in una nuova versione, Hanno ucciso l’Uomo Ragno 2012, in cui è affiancato da alcuni dei rapper più significativi di oggi: Club Dogo, Dargen D’Amico, Emis Killa, Entics, Two Fingerz, Fedez, Ensi, Baby K che entrano, con dei rap ad hoc, in uno degli album che una cospicua quantità di genitori ha fatto ascoltare, da piccoli, ai loro fan. Quanto al brano completamente nuovo, Sempre noi, Max si fa affiancare non da Mauro Repetto (presente con un cameo nel video) ma da J-Ax. “883 e Articolo 31 hanno iniziato nello stesso periodo, ci siamo incrociati tante volte e tra noi due c’è una grandissima stima. E come potrei non stimarlo, è uno che dopo vent’anni riesce ad essere sempre se stesso”.

E ora, Max e Mauro, rotta per… dove? “Chi lo sa. Tutto è possibile”, dice Pezzali. “Sarebbe bello fare qualcosa assieme. Magari non necessariamente musica”, dice a mezza voce Repetto. Non avete nemmeno confrontato i vostri gusti attuali? “Ho chiesto a Mauro cosa c’è di figo in Francia, mi ha consigliato i Sexion d’Assaut”. “Abbiamo parlato più di calcio, della Champions League e di un giocatore del Montpellier, Belhanda, il nuovo Zidane”.

Ok, per ora la musica è in stand-by. E altro? Teatro, magari? “Ho iniziato col teatro un anno fa ed è praticamente l’opposto del mio antico progetto di fare un film, in cui ho buttato parecchi soldi. In The personal coach ho costruito la sceneggiatura attorno al mio corpo e alla mia voce”. In francese ha un piglio gagliardo. In italiano funzionerebbe? “Non lo so, ma so per certo che in Italia non farò niente che sia senza Max”.

Intanto c’è questo disco. Come è stato risentirlo? “Che figata i nostri pezzi, e che figata i rap. Quello che mi ha sorpreso di più, a risentirlo, è Lasciati toccare. Chi ci provava, all’epoca, a fare questo tipo di groove in Italia? È un mix tra Soul II Soul, e una voce particolarissima, la ragazza, Baby K mi ricorda la grana vocale di Females dei Cookie Crew”. In proposito, bisogna ammettere che rispetto al tributo di qualche mese fa, la compilation di rock alternativo curata da Rockit con I Cani, Maria Antonietta, Colapesce e altri (che pure conteneva ottime reinterpretazioni) l’operazione suona complessivamente più stimolante – e non c’è dubbio che lo sia stata per Max Pezzali, che dopo un periodo fin troppo piacione (“L’ultimo Sanremo l’ho sofferto”, ammette) potrebbe, tornando alle origini, recuperare un po’ di cattiveria. Anche verso se stesso: tanto per dire, il disco non si nega neppure un intervento sarcastico di Fabri Fibra: “…Max, a me gli 883 facevano veramente cagare, hahaha!”

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