Max Pezzali intervistato da Rockit

Fino ai quattordici anni Max Pezzali aveva degli occhiali tipo fondo di bottiglia, ha passato la propria adolescenza nella cantina sotto il negozio di suo padre a smanettare con computer e campionatori (ché la chitarra intorno al fuoco era da fighi, lui era un’altra cosa, dice). Un nerd. E’ venuto in redazione e abbiamo chiacchierato per quasi tre ore. Ovviamente gli abbiamo chiesto perchè Repetto ha lasciato gli 883, cosa ne pensa della discografia, dei discografici e dei Reality show. Lui ha aggiunto considerazioni sulla provincia, sulla sfiga, sui metallari veri che compravano il chiodo a Londra mentre gli altri lo prendevano da Rino Sport. Ci ha anche detto come si disinnesca un hater. Kevin Smith dovrebbe dedicargli un film.

Cosa ne pensi della compilation? Molti l’hanno considerato un tributo, noi in realtà avevamo preso il tutto con uno spirito po’ più naif.
Penso si capisse. Secondo me il punto non è la celebrazione degli 883 o meno, il punto è prendere qualcosa che ha un suo valore riconosciuto, può piacere o non piacere, lo prendi e lo fai tuo. Poi c’è il gruppo che si è applicato di più o quelli che si sono limitati a fare il compitino, ma anche quello incuriosisce, crea stupore intorno a tutta l’operazione.

I tuoi preferiti?
Lava Lava Love, totale. E poi gli Egokid, mi chiedo come cazzo gli sia venuto in mente. Un capolavoro assoluto, è quasi una sceneggiatura, c’è proprio una trama sotto. A prescindere dal cambio del punto di vista, che è geniale, c’è un’ansia che cresce mentre il pezzo va avanti perchè ti domandi davvero cosa dirà nella frase dopo. E’ il materializzarsi, pennellata dopo pennellata, di un quadro d’insieme, e ad un certo punto è Dexter, qualcosa di sinistro e inquietante. Tornando invece sulla compilation… è tanta roba. E’ la dimostrazione che al di là dei singoli che conosce il mainstream, c’è tutta una serie di pezzi che hanno in qualche modo lasciato un piccolo segno, pezzi che magari non mi ricordavo nemmeno di aver scritto. Per esempio “TPS”…

Se non fosse stato per Ghemon non avremmo mai conosciuto quel pezzo.
Ma neanche io (ride, NdR). “Ti porto sfiga” è stata inserita nell’edizione limitata di “La dura legge del Gol”, è più di una ghost track è proprio una unborn track. E’ come quando ritrovi il diario di prima liceo e leggi le considerazioni terribili sulla vita o sulla tipa di cui eri innamorato. Non vuoi buttarlo perché è un pezzo di te, ma speri che nessuno in casa legga mai una cosa del genere.

Rimanendo in tema: uno degli argomenti più presenti nelle tue canzoni è appunto la sfiga, almeno fino al 2004, quando hai cambiato la tua ragione sociale da 883 a Max Pezzali.
Il mio DNA è di nerd sfigato. Sono stato miope con lenti spessissime fino a 14 anni, tutta la mia vita è stata una sofferenza nerd. Ovviamente con vari passaggi obbligati: essere snobbato dalle ragazze, l’ascolto di punk hardcore nell’82, GBH, Crass, Anti-Nowhere League. E poi il cambiamento epocale: le lenti a contatto. Anche io, finalmente, potevo dire la mia, vedevo il mondo per la prima volta. Perché il miope è quello che non può giocare a pallone, quello che nessuno considera, il classico uomo ombra che in classe nessuno nota. Insomma un piccolo difetto fisico… che poi piccolo un paio di palle, ero praticamente cieco… un difetto del genere condizionava tantissimo la tua vita sociale. Ma anche dopo, anche se hai le lenti, resti un nerd. Quella roba lì te la porti dietro tutta la vita, perché lo sei stato per troppo tempo e, soprattutto, lo sei stato negli anni della tua formazione. Può passare molto tempo, puoi ritrovarti su un palco davanti a migliaia di persone che ti applaudono ma quel modo di sentire ce l’avrai per sempre. Il nerd è per sempre…

…come il diamante?
(ride, NdR) È un tuo modo di vedere il mondo, che in teoria dovresti andare a risolvere psicoanaliticamente. Però poi ti accorgi che se l’alternativa è il superomismo, i macho man, allora preferisco rimanere nerd, perché almeno ti confronti con i tuoi dubbi, e i dubbi fanno bene alla vita.

Ovviamente sei un patito di computer.
Ovviamente. Ho fatto Commodore, Atari e poi Mac. Diciamo che la vita di un cantautore passa attraverso le fasi della sua esistenza, la vita di un nerd invece attraverso i software disponibili in un dato momento. Il mio picco nerd è stato con un sequencer della Roland, l’MC 300: non aveva neanche lo schermo e dovevi usare i led, non era in grado di copiare, allora dovevi inserire un disco che conteneva il comando “copia”, lui “imparava” il comando e copiava. Una cosa meravigliosa nella sua follia e, chiaramente, modifica sostanzialmente il tuo modo di rapportarti alla musica: era quella la figata, non la chitarra intorno al fuoco. La chitarra la suonavano i fighi, quelli del consiglio d’istituto adorati da tutte le ragazze della scuola. Tu no, tu eri un’altra cosa, un otaku catalogatore, un’archivista delle tue cazzate, che fossero divise militari della Seconda guerra mondiale o drum machine. Approfondimento totale senza un motivo specifico: bruciavi tutto quello che riguardava un determinato argomento e poi passavi a un altro. Come Attila.

Le usi ancora quelle macchine?
Le avevo un po’ messe da parte ma ultimamente sto un po’ riscoprendo quel divertimento nel programmare, inevitabilmente mi riporterà in una zona anni ’90. Quei suoni di cui tutti si vergognavano, poi hanno iniziato a farli i Black Eyed Peas… lo stesso Timbaland, lo ascolti e ti verrebbe da chiedergli: “Ma tu dove cazzo eri negli anni ’90?”. E’ come se gli americani avessero scoperto i Datura, se lo fanno loro allora posso farlo anche io. Adesso ho spolverato una vecchia groovebox della Roland, ho anche ripreso in mano il manuale. In realtà, ci metti un attimo a ricordarti come usarla: lei capisce subito che sei tornato.

È la Roland che ti sei portato a casa dagli Stati Uniti?
E’ un’altra, quella è una 707 che ho ancora. Era un delirio: non aveva comandi che ti permettessero di tornare indietro quando sbagliavi. Hai sbagliato l’ultimo ritornello? Azzera e ricomincia dall’inizio.

Altre passioni nerd? Gli aeri in decollo, vero?
Mi piacciono da morire. Adesso il protagonista è il 1422 Emirates da Fiumicino, lo vedi tranquillamente anche da Fregene. E’ schedulato per le 14.22 ma parte solitamente alle 15… Sono convinto che il Boeing 707 sia stato la vera internet: il mondo è stato unito quando sono comparse le prime rotte transoceaniche a costi accettabili. Prima emigravi, non viaggiavi: riuscire a portare tante persone in giro per il mondo è da Premio Nobel per la pace, più di internet che ti permette di arrivarci con lo sguardo ma poi non percepisci realmente cosa hai davanti.
Il mio primo viaggio a New York è stata una vera epifania. Ero da questo amico dj che avevo conosciuto a Pavia, veniva pagato un botto per fare un mese alla discoteca Docking. Era l’87, e io al posto di farmi il viaggio premio per la maturità l’avevo portato in giro un po’ per l’Italia, eravamo andati a Firenze, a Como, lui poi ha ricambiato il favore invitandomi a New York. E’ stata pura illuminazione: ho preso la mia prima batteria elettronica, e poi i locali, i negozi di dischi… la prima volta davanti alla Tower Records quasi non avevo il coraggio di entrare, chiudevi gli occhi, pensavi al nome di un disco, ce l’avevano.

Adesso la Tower Records la trovi solo più a Tokyo.
E’ la dimostrazione che i giapponesi sono i numeri uno. Tokyo è la capitale mondiale di ogni nerd e di ogni tipo di geek. Hanno un gusto tale per il dettaglio, capisci davvero che la forma è sostanza. Quando ho visto il Gundam a grandezza naturale sono impazzito: dopo avercelo presentato si sono scusati perchè era in manutenzione, come per dire “si, scusate se oggi non possiamo volare, ma in altri giorni la gita interplanetaria la facciamo senza problemi”. E’ partire da un’idea di fantasia e farla diventare reale, sono cose che ti fanno riacquistare fiducia nella razza umana.

Come mai dal 2004, quando lasci il nome 883 e usi solo più Max Pezzali, la vena sfigata sparisce del tutto?
È stato un momento in cui ho cambiato molto lo stile di vita. Vita di coppia, te ne stai più a casa, hai meno rapporti con il resto del mondo, una visione più crepuscolare.

Il lancio della compilation è stato seguito dalle discussioni più assurde. Era così anche nel ’92?
Certo, rappresentavamo il diavolo, la decadenza della musica italiana. Va detto che non essendoci ancora internet i toni erano decisamente più soft rispetto ad oggi, ma ci odiavano parecchio. Io, essendo un nerd di provenienza punk-metal, conoscevo gli antidoti. Essendo stato io per primo un hater di condizioni epiche, per me era un invito a nozze. A me diverte molto, conosco determinate dinamiche per disinnescare l’odio…

Ci dai 3 consigli per disinnescare un hater?
1. Deviare l’attenzione, trovare un’alternativa. Esempio: Lui: “Mi fai cagare…” Tu: “ma non sei di Monza?”.
2. Trovarti un precedente: qualcosa che renda il tuo essere una merda un male minore rispetto alla merda che hanno fatto gli altri prima di te.
3. Responsabilizzare l’hater: dagli la possibilità di cambiare il mondo, vedi come risolverebbe lui il problema.

Tu hai iniziato in cameretta?
Prima cameretta e poi, mancando lo spazio, nella cantina sotto il negozio di mio padre.

Ora un tipo di percorso simile, il partire dalla cameretta e arrivare al grande pubblico, non esiste più. Se gli 883 nascessero nel 2012 riuscirebbero ad ottenere un contratto discografico?
Figuriamoci, non mi farebbero nemmeno entrare negli uffici di una major, rimarrei bloccato alla reception. L’industria discografica ha pensato bene che le spese migliori da tagliare fossero quello del talent scouting, dell’A&R. In risposta hanno puntato su chi aveva già una visibilità televisiva di qualche mese. Ovvio, è più facile, risparmi sulla promozione e c’è un grande vantaggio: prendi un artista già bravo tecnicamente e con una sua piccola popolarità, con buona probabilità farà il botto, ma è al primo disco e non ha potere contrattuale. E’ stato allevato in batteria, abituato a dire signor sì, bravo tranquillo, convinto che l’importante sia l’esercizio continuo, l’etica del lavoro, una finta meritocrazia. Tu hai una star ma con le esigenze contrattuali di un beginner, con il vantaggio che quando questo non vende più o acquista una coscienza di sé puoi scaricarlo senza tanti problemi, tanto ce ne sarà un altro l’anno dopo. Ai loro occhi sembra una macchina perfetta, bisogna vedere cosa succede quando si romperà il giocattolo. E in queste cose i tempi solitamente sono molto rapidi, quando ti accorgi che c’è un cambiamento in atto vuol dire che è già catastrofe.

Anche in Italia siamo così rapidi?
In effetti no, non siamo così rapidi perchè rispetto ad altri paesi c’è ancora la predominanza della televisione. In America si sono rassegnati da tempo al fatto che i giovani non guardino più la televisione, è un dato di fatto che le serie TV non vengano guardate in diretta ma scaricate in un secondo momento. Allora si sono riorganizzati inventando altre strategie, come il product placement all’interno delle puntate o altro. E’ palese che la televisione per le nuove generazioni sia diventata un elettrodomestico di cui non si capisce più l’utilità, uno strano monitor da salotto. E la televisione non è stata sempre così importante. Ad esempio, la cosa incredibile di “Hanno ucciso l’uomo ragno” è che la prima apparizione televisiva arrivò dopo sei mesi ai vertici delle classifiche. Eravamo a Saint Vincent, sai quelle cose di dubbio gusto alle 4 di mattina su Rai Uno? Fu il nostro primo passaggio televisivo. Poi per una delle ultime puntate del Festivalbar ci chiamò Salvetti, che non ci aveva voluto all’inizio e a quel punto rifiutammo. Insomma, fu un lancio realizzato completamente senza televisione.

Chi è il Pezzali di oggi, i rapper?
L’hip hop ha il grande vantaggio di poter usare un linguaggio molto articolato ma ha anche il limite di ritrovarsi spesso a far cose cose di maniera. Ci sono certi schemi rigidi che rischiano la pantomima. Prendi i dissing: è un dar contro, ma lo sai che non è proprio vero, puntualmente scatta la rissa mediatica ma sai anche che, in realtà, non c’è un vero odio. Insomma, il rischio è di non capire più se quello che stanno dicendo lo pensano veramente o se è solo un gioco. Mi piace quando i rapper riescono a restare al di fuori da queste dinamiche. Servirebbe un rap senza i vincoli dell’hip hop.

Segui qualche nome in particolare?
Marracash, Emis Killa, che mi piace molto, Fedez, i Dogo, Fibra. Ecco, Fibra è lì lì per passare nel gruppo dei “cantautori”. Ghemon mi è piaciuto molto per come ha rifatto “TPS”… Ecco, capisci un’altra cosa importante: la voce, capisci come la voce sia davvero la chiave di tutto.

La critica che riceviamo più spesso dai discografici riguardo ai gruppi che spinge Rockit è: non sanno cantare.
Io credo che questo sia esattamente il punto focale dell’errata concezione che ha l’establishment in questo momento, e di conseguenza anche il modo più sbagliato per reagire ad un periodo di crisi discografica. Si sono affidati totalmente ai talent. Ad esempio, nessun talent avrebbe mai fatto passare i Ramones, eppure tutta la musica che è venuta dopo deve tanto ai Ramones, e non sto parlando di piccole nicchie di appassionati, stiamo parlando di fatto di fenomeni in tutto e per tutto popolari. Si tratta di capire realmente quando una voce è capace di trasmettere emozione, messaggi, stati d’animo e distinguere tutto questo dalla mera preparazione tecnica. E poi è tremendamente diverso cantare una canzone che hai scritto tu rispetto a cantarne una che hanno scritto altri per te, mi sembra ovvio. La musica mainstream non è più riuscita a tirare fuori niente che possa raccontare realmente il vissuto dei ragazzi di oggi.

Produrre gli 883 all’epoca poteva essere considerato un rischio, ma poi è diventato anche un business.
Certo. Secondo me a uccidere la libera iniziativa sono i grandi gruppi, cercare talenti musicali da mettere sul mercato è una professione in cui non si può ragionare in modo macroeconomico. All’epoca, la forza della musica italiana poggiava su un business di piccoli imprenditori, gente che si teneva i dischi nei magazzini e si organizzava in proprio la distribuzione. Lo stesso Claudio Cecchetto in quegli anni non aveva nessun gruppo dietro, era uno che aveva investito in frequenze radiofoniche e cercava di fare crescere altre cose intorno a quell’investimento.

Per andare in classifica oggi servono 5mila copie, ne bastano 500 per entrare nella classifica di iTunes. In mezza giornata, “Con due deca” ha fatto quasi quindicimila download. Questa cosa non viene tracciata in nessun modo, ma gli operatori del settore dovrebbero rendersi conto che c’è uno spazio di mercato da andare a prendere.
Il vero problema è che ci sono interi settori della vita economica che non sanno cosa stia succedendo oggi nella musica. Sono sul Titanic a disquisire sulla temperatura dello champagne mentre fuori c’è una nave nuova, con regole nuove, che di fatto è una prateria da esplorare. Non siamo sicuri che garantisca il futuro, ma intanto è lì: c’è già, esiste, galleggia ed è assurdo rimanere sull’altra mentre sta affondando. Il fatto è che il Titanic, dopotutto, è una certezza, almeno per arrivare alla pensione, quindi fanno finta di niente. Ci sono operatori del settore che non fanno bene il loro lavoro, che non si informano…

… e poi va detto che quelli bravi oggi non vanno nel settore musicale. Uno bravo va nel mondo della finanza, non va a lavorare nella musica.
Certo, ma ormai dovrebbe essere chiaro che non servono dei tagliatori di teste a dirigere un’etichetta discografica. E’ un’industria artistica, non puoi risolverla andando in Cina, solo perchè lì ti fanno il disco a meno. È una cosa che nell’industria automobilistica ha fatto dei disastri, devi puntare sul lungo periodo e sul fatto che si creerà o un brodo di coltura all’interno del quale nasceranno duemila progetti e genereranno indotto. Se pensi ad un disco come alla Punto è finita.

Beh, di Punto ne hai scritte anche tu. Nel pop ci si può permettere di non piacere al pubblico?
Io credo che l’unica mediazione sia quella di raccontare se stessi. Il che significa che poi, a un certo punto, sei costretto a lasciare il testimone a qualcun altro. Gli 883, nel bene o nel male, hanno rappresentato determinati anni e la voglia di raccontare delle cose di quel periodo.

Anche in pezzi come in “Bella vera” o “La lunga estata caldissima”?
Beh, c’è anche il divertissement, chiaro. Esistono delle scelte che io faccio prevalentemente perché sono tamarre. Quando corro il rischio di prendermi troppo sul serio e di considerarmi un cantautore, tiro fuori qualcosa di tamarro. Mi aiuta a mantenermi al di fuori di determinate dinamiche.

Non li si può considerare, più banalmente, come i singoli che ti servono per promuovere l’album?
In realtà no, perché alla fine il mio pubblico preferisce la ballad. Quelli sono proprio momenti di divertimento, mi servono per riequalizzare determinate cose che potrebbero portarmi a immaginarmi come un cantautore serio. Perché non è tanto quando lo dicono di te, ma quando tu inizi a convincertene. Quando tu inizi a prenderti esageratamente sul serio dimenticando che questo lavoro lo fai anche per divertirti, è finita. Non c’è niente di peggio del poppettaro pentito. Capita spesso che un artista abbandoni il pop per percorsi di sperimentazione strani, la psichedelia, l’elettronica alla Tangerine Dream… se lo fa per un suo bisogno vero, per una scelta che matura dentro di lui, è un conto, il problema è che spesso lo fa perchè po’ si vergogna, perché gli ambienti che frequenta non lo ascoltano e di conseguenza cerca in qualche modo di captare la benevolenza del piccolo gruppo di persone amiche che lo circondano.
Io continuo a pensare al mio lavoro in questo modo: esistono delle doti più o meno forti. In alcuni casi è talento, in altri esercizio, in altri ancora è solo voglia di fare le cose in un determinato modo, quindi attitudine. Uno dice: può piacerti il calcio, ma se sei un grande lanciatore del peso non puoi pensare di portare l’esperienza del calcio nell’ambito del lancio del peso, perché è un’altra cosa. Hai un altro tipo di attitudine.

Poppettaro è un’offesa?
Io sono convinto che pop e resto del mondo non siano in antitesi. Gli anni ’80 sono abbastanza emblematici: tutto quello che è successo dopo il post-punk, dalla new wave in poi, era spesso a cavallo sulla linea di demarcazione che c’è tra underground e pop, a volte la musica sconfinava su cose più rotonde, altre volte era più marcatamente acida. Era un gioco di sfumature. Quindi il problema non è il pop in sé, il problema è la concezione per cui esista solo il pop.

Anche perché poi si rischia di cadere nel tranello che se il pop non vende è d’autore mentre se vende è pop mainstream, quindi brutto.
Esatto, anche perché io credo che puoi essere pop anche senza vendere una copia. È un atteggiamento, una forma mentis. Per me i Chromeo sono pop: non li conosce nessuno, ma sono la cosa più pop che mi viene in mente. Il pop ha delle regole.

Ecco, quali sono le regole per una canzone di Max Pezzali?
Prima cosa: una canzone deve essere adogmatica, deve esserci una sorta di tabula rasa mentale. Non è detto che debba suonare in un certo modo, che le chitarre debbano avere un certo suono, come non è detto che le chitarre ci debbano proprio essere. Seconda cosa: ogni pezzo deve avere sia una presenza elettrica o acustica, ma anche parecchia elettronica. Mi piace che ci sia un elemento meccanico, programmato, te l’ho già spiegato, è la mia parte nerd e ci tengo che venga fuori.

Nei tuoi pezzi a volte ci sono dei colpi di testa strani. In “La rana e lo scorpione già alla seconda strofa infili un “ridevamo sulla Lega e sulla sua durezza intima”, non c’entra quasi niente con il resto della canzone. Sono provocazioni?
Io cerco spesso un elemento irrazionale che mi porti a inserire delle cose volutamente sbagliate in quello che faccio. A volte uso volutamente delle parole antimusicali: magari ascolti tutta la canzone e senti che scorre via liscia e poi bam, arriva qualcosa che non ti aspetti e che non aveva alcun senso mettere lì. Perché? Devi sempre darti la possibilità di autodissacrarti, di far dire all’ascoltatore “va bene, l’avrò visto anche a Sanremo ma resta sempre una grandissima testa di cazzo”. È un modo di riprendermi il divertimento, dire “la Lega e la sua durezza intima” è una cosa che al primo ascolto non noti, ma ti rimane in testa. A volte è quello che ti fa ricordare una canzone, nel bene o nel male.

Scriverai mai un’altra “Cumuli”?
“Cumuli” raccontava di un’esperienza molto vicina a me, di un amico che era appena uscito dall’eroina, che era una sorta di grande piaga della mia generazione e del gruppo di amici che frequentavo. Rappresenta bene un momento specifico, oggi mi sarebbe difficile fare una cosa simile. Per dire, pensate ai Cani e ai “Pariolini di 18 anni”. Per chi non è di Roma può sembrare strana, ma se tu vivi lì e sei passato almeno una volta da Piazza Euclide capisci che hanno fatto un riassunto straordinario di un universo. Credo che sia quello il mondo da raccontare. Io credo che ad un certo punto si debba passare il testimone. Se io oggi scrivessi una canzone come i “Pariolini…” sarebbe patetico, suonerebbe paternalistica, sono cose che riesce a raccontare solo chi le vive direttamente, a venti, venticinque anni.

Il più delle volte se dici “883” ti rispondono “la provincia”. Un fenomeno di provincia come ha fatto a sfondare su scala nazionale?
Io sono abbastanza convinto che in Italia la metropoli sia una menzogna. A parte Milano, che comunque ha un suo aspetto provinciale: al di là di chi è nato e cresciuto nella cerchia dei bastioni, che sono pochissimi, in realtà anche Milano è provincia. Perché man mano che ti allontani dal centro, chiunque abbia vissuto l’atmosfera del quartiere, del paesino, dell’hinterland, entra in un sistema di microcosmi che hanno sempre paura della metropoli. Il milanese non sa di esserlo: pensa sempre che sia l’altro quello di Milano, si sente perennemente inadeguato, perché si porta sempre con sé un po’ della sua Cesano Boscone. Per non parlare di Roma, che è tutta una provincia. È un insieme di quartieri che non comunicano tra di loro. Non è infrequente sentire uno di Roma Nord dire che in vita sua non è mai stato a San Lorenzo.
Credo che la provincia sia proprio dentro la testa. La provincia è quel guardare New York dal New Jersey, sapendo che in mezzo c’è solo un ponte o un tunnel. Da Pavia a Milano sono trenta chilometri, una distanza ridicola, eppure pesava in una maniera pazzesca. Al di là delle targhe PV, che comunque parcheggiavi lontano sperando che non ti vedessero (ride, NdR), ti sgamavano sempre: la camicia dell’anno prima, i jeans in un certo modo. Nella fase punk si andava al Transex, il negozio di via Dogana, che al sabato pomeriggio diventava un posto terrificante. Il problema non era metallari contro punk, ma “quelli veri” contro gli altri. I primi avevano il chiodo Lewis Leathers preso a Londra, mentre il tuo era una merda perché l’avevi preso da Rino Sport. Eri sbagliato a prescindere e quella cosa, nella testa, rimane sempre. Anche oggi, con internet, quello nel paesino in teoria vede le stesse cose del milanese, ma in realtà non è lo stesso. È una cosa psicologica stranissima, come se ci fosse sempre un continuo confronto, a volte nemmeno così vicino alla realtà. Come quando quelli di Pavia mi dicono “eh, ma qui è tutto a misura d’uomo”. Ma che cazzo dici a misura d’uomo? Ci sono più furti qua che a Quarto Oggiaro.

Hai sempre vissuto a Pavia?
Mi divido tra Roma e Pavia.

Com’è essere l’eroe della tua città?
Per questa sorta di complesso di inferiorità nei confronti della metropoli sono stati contenti che abbia parlato di loro. Citando luoghi, cose e persone di quella città, è come se avessi dato ai miei concittadini la percezione di esistere.

Perchè Mauro Repetto ha lasciato gli 883?
Diciamo che c’era un substrato di sua insoddisfazione, perché il progetto stava diventando sempre più mio. Per lui la grande domanda “cosa fa il biondino?” stava diventando sempre più assordante.

Ma lui realmente cosa faceva?
Premetto che Mauro è un matto vero. Mi aiutava in fase compositiva ma più di tutto era un motivatore. Stringeva contatti, spediva i promo. Lui aveva questa grande frase di battaglia: “dignità zero”, era una cosa utilissima, con quella riusciva a passare sopra a tutto e tutti. Il problema è che non riusciva a ritagliarsi un ruolo diverso da quello del ballerino. Era la Pasqua del ’94 e stavamo registrando “Gli anni” in cantina da me. Mi disse: “Allora ci vediamo dopo le feste, così la completiamo”. Perfetto, dico io. Lo rividi nel ’98.
Aveva perso la testa per questa una modella americana con gli occhi verdi, tale Brandi. Lei stava a Parigi e lui si è trasferito lì anche se questa viveva a Milano per 9 mesi all’anno. Non sapendo come approcciarla, si è studiato il piano diabolico: si è immaginato un film con lei protagonista, una cosa costosissima con addirittura dei cavalli bianchi in Nubia. Un giorno mi dice: “Allora io faccio questo film, lo produco, lo scrivo e poi chiamo lei a recitare, così si innamorerà perdutamente di me”. Va in America, finanzia tot persone che gli scrivono la sceneggiatura, in un attimo sperpera tutto quello che aveva guadagnato con gli 883. Allora torna a Parigi senza più un soldo e trova un posto ad EuroDisney, lì ci lavorano molti italiani. Inizialmente fa il cowboy che ti fa entrare nella miniera, poi riesce a fare carriera fino a farsi assumere dall’ufficio che organizza gli eventi di EuroDisney.
La cosa davvero divertente è questa: nel 2000, quando Mauro aveva lasciato gli 883 già da sei anni, partecipo a una sfilata, una di quelle cose deliranti dove tu devi suonare nel prato mentre le modelle sfilano. A un certo punto arriva l’organizzatore e mi dice “Max ti presento una modella, si chiama Brandi”. Io le ho detto: “Se solo tu sapessi di che cosa sei stata involontariamente causa, della catastrofe di un uomo” (ride, NdR).
Adesso Mauro è sposato con Josephine, francese di origini africane. Hanno 2 figli, Dean e Carlà, bellissimi. Sta bene, vive vicino alla Bastille, fa teatro come hobby e la moglie crea componenti di arredamento misto etnico-futuristico. Ci siamo mandati gli auguri per il ventennale dell’album e lui mi ha detto: “Vedrai che comunque qualcosa assieme ricombineremo: magari l’acquisto del Paris Saint Germain”.

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