1992–2012: tutelare il Pezzali dal ventennale


Fondamentalmente riprendere in mano Hanno ucciso l’Uomo Ragno dopo vent’anni precisi ha senso solo se lo si era lasciato per strada, e questo non credo sia successo, almeno non è successo nella misura di una svalutazione, e per quanto riguarda la mia generazione posso metterci la mano sul fuoco. Anche perché la fedeltà agli 883, diciamocelo, non è mai esistita: gli 883 sono stati più come un agente atmosferico, sono stati lo sfondo di tante cose per tanto tempo, era quasi impossibile affezionarsene (e quindi disaffezionarsene), mancava addirittura quella famosa ansia di personalizzazione – che è più tipicamente simbolo di gruppi che vendono di meno. Li abbiamo subiti con gioia e in realtà chi oggi parla spendendo lunghi discorsi sulla raffinata poetica post-diaristica di Pezzali e afferma in qualche modo un’istanza generazionale fa un torto a tutti: gli 883 non hanno nulla di generazionale – se non una coincidenza chimico-economica con l’epopea Cecchetto — , Pezzali ha parlato sempre universalmente, giustificare l’ascolto (o il non-ascolto) con questi argomenti è oltraggioso quasi pure per l’idea stessa di linearità temporale, del resto nessuno si permetterebbe mai di accusare qualcun altro di apprezzare Neil Young “perché si era ragazzi”.

Non parlerò di fatti personali legati al disco ché parlare di se stessi su internet assume sempre un retrogusto un po’ nazi ma nell’epoca dove le “partizioni del discorso” accadono perlopiù nella blogosfera anche questo ventennale ha un valore esclusivamente (iper)contemporaneo: la generazione che ricorda quel 1992 si crea “per la prima volta” nel 2012. Non è neanche un riconoscersi oggi dopo il tanto tempo sedimentato nelle sfighe della vita, è proprio una nascita originaria. Ovviamente ci sono generazioni di ascoltatori di HULR nate nel 1992, nel 1995 o nel 2002, quella del 2012 arriva dopo ed ha quindi una tassa da pagare nei confronti della Storia. Solitamente chi parla di “cose generazionali” ha sempre qualcosa da nascondere, forse è la paura atavica dello smascheramento che rende frettolosi e pasticcioni o forse è l’atteggiamento assodato di chi è abituato a scavalcare la fila alle poste o forse semplicemente no, tuttavia rimane un processo simile a quello che porta nuovi smaliziati spettatori verso Sanremo o verso i reality, diciamo una degenerazione yes-global del concetto di hardcore continuum postribolare, o della persistenza del “basso” come elemento critico. A condire l’atteggiamento ci sono poi varie correnti sotterranee che vanno dall’ironia (che pare essere ormai l’unico modo di porsi dentro ai new media) allo sbiadimento nostalgico; l’aspetto del ricordo è quello che va per la maggiore ma credo anche il più dannoso, perché ridondante e assolutizzante in primo grado e quindi inutile nel giustificare una scelta, pericoloso nel momento in cui rende inattaccabile chi sceglie di proteggersi sotto questa campana (“io ho i miei ricordi, te chi cazzo sei?”). Nessuno, naturalmente, ha poi intenzione di dividere i veri pezzaliani dai falsi però il fatto che esistano “nuovi nostalgici” specificatamente degli 883 e non di Cecchetto, di Loredana Bertè, di Fossati o degli Squallor (che comunque hanno sempre avuto i propri) avrà per forza una motivazione. Personalmente credo che il Pezzali sia sempre stato un bersaglio facile, perché non ha mai avuto un pubblico riconoscibile (come ha, diciamo, Vasco Rossi, che infatti poveretto soffre molto di più ad avere favori) e soprattutto perché è invecchiato prima che potesse compromettersi, e questo ha anche un suo lato strutturale dato che invecchiare all’interno di quella poetica voleva dire essenzialmente finire le superiori, e credo che Max le avesse già finite prima di avere successo, quindi diciamo che era un invecchiamento automatico non appena avesse deciso di interrompere il sogno (il sogno che poi si è puntualmente interrotto appena poco dopo la Donna e un attimo prima del Grande Incubo, mettendo così in prospettiva anche la crucialità di Repetto).

Rispetto alla contemporaneità, dove i flashoni sgargianti dell’edonismo non si peritano di utilizzare degradanti programmi televisivi, vestitini costosi o flirtissimi MTV in nome del “take it easy” (probabilmente per guadagnarsi una certa indipendenza dagli anni Novanta dove tutti quelli che ragionavano di musica avevano lo stesso colore lo stesso integralismo morale e le stesse ambizioni) c’è un ulteriore aspetto nell’iconografia mitologica della band che ha finito per renderli così bersagliabili da un nuova ondata di intellettualismi, e cioè la resistenza al berlusconismo. Mi spiego: gli 883, per molti, hanno anche musicalmente rappresentato quel salto nel vuoto primo-pomeridiano nel luogo dove la televisione si stava facendo bastarda, le strutture circolari delle sigle dei cartoni animati, la polverina magica di Cecchetto che implasticava, il perenne on air che da radiofonico diventava televisivo, i primi colori pastello. In tutto questo Pezzali ha però, curiosamente, sempre avuto la struttura fisica dell’antagonista, non è ben chiaro perché ma il suo percepibilissimo disinteresse per gli aspetti pruriginosi dell’arte e della vita lo ha reso il perfetto Cavallo di Troia per tutti quelli che cortocircuitando la nostalgia si sono abbandonati all’attrazione edonista (e vagamente occultista) verso il televisivo, che fino a tempi recenti, per via del blocco compatto di quello che si chiamava “alternative”, non era possibile dimostrare in pubblico. E così, mentre Max è preso bambinescamente dalle novità del mondo dei cellulari e dagli sport americani su ESPN, a noi ci è concesso adoperarlo passivamente per giustificare le nostre attrazioni verso il basso. In fondo questa nuova nostalgia interessata più che un omaggio sembra quasi un furto in casa (di Dio), un oltraggio al virtuoso disinteresse di un personaggio che non vuole esserci né pastore e né amico, lontano dalle festicciole e dalle rivalutazioni tarde della critica.

2 pensieri su “1992–2012: tutelare il Pezzali dal ventennale

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